
Alpi Marittime
"Qui veramente lo spettacolo tocca le più alte espressioni del bello, commovente e grandioso ad un tempo, solenne ed insieme pieno d'incantevole dolcezza". Così Bartolomeo Asquasciati nel 1912 descrisse la cima regina, la più elevata delle Alpi Marittime, ambita da generazioni di alpinisti. La salita del tratto terminale, che si sviluppa lungo la parete Sudest, pur presentando difficoltà tecniche di arrampicata alquanto modeste, va però affrontata solo in buone condizioni della montagna e con la dovuta prudenza per la costante esposizione.
La vetta, punto culminante dello spartiacque tra le valli del Gesso della Valletta e della Rovina (Gesso della Barra), per la sua altitudine e posizione protesa sul versante piemontese, permette una veduta panoramica circolare di rara bellezza, che si estende dalla costa ligure-provenzale alle Alpi sudoccidentali (Liguri-Marittime-Cozie), oltre le quali si perde sui colossi alpini che delimitano all'orizzonte la Pianura Padana. L'itinerario, a causa del buon dislivello da superare, suggerisce una suddivisione usufruendo del confortevole Rifugio Franco Remondino (custodito durante la stagione estiva).
La vetta, di rocce cristalline (gneiss listati), venne conquistata dall'alpinista inglese W.A.B. Coolidge accompagnato dalle guide alpine Christian e Ulrich Almer di Grindelwald, nell'agosto del 1879. La prima salita della Cima Sud lungo l'itinerario descritto, che percorre la nota cengia del versante Sudest, fu effettuata dagli alpinisti Giovanni Dellepiane e Ugo Ponta, con il portatore Rocco Audisio, nell'agosto del 1882.
Argentera è un oronimo derivante dal latino argentum, e indica qualcosa di bianco o di splendente; probabilmente si riferisce all'innevamento persistente dovuto alla notevole altitudine della montagna.
Numero Percorso: 3.25
Dislivello: 1532 m
Grado di Difficoltà: PD
Tempo di Percorrenza: 4 h 30 min
Periodo Consigliato: agosto
Rifugio Franco Remondino al Vallone di Assedras
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Diramazione per il Piano della Casa.
Dal Piano della Casa del Re (1765 m CTR), al termine della strada proveniente dalle Terme di Valdieri, si stacca sulla sinistra (palina) una marcata mulattiera (segn. N11) che si allunga in lenta salita in direzione della confluenza Ghiliè-Assedras, in vista del Rifugio ANA Regina Elena (1834 m CTR). La mulattiera s'inoltra sulla sinistra di fianco al rio del Vallone Assedras, serpeggia verso levante, passa presso un'ottima e copiosa sorgente, attraversa (passerella di legno) il limpido corso d'acqua di fondovalle (2013 m CTR) e, dopo alcuni tornantini su una verdeggiante china, si sdoppia (2045 m CTR). Trascurato il tronco di destra (v. gli it. 3.29 per la Cima Ghiliè e 3.30 per la Cima di Mercantour), si ritorna verso sinistra e si riattraversa (massiccia lastra rocciosa, c. 2060 m) il rio passando presso un antico Gias, alle cui spalle una cascata incide la bastionata rocciosa al centro del vallone. La mulattiera, ridotta ad ampio sentiero, oltrepassa verso sinistra un dosso, poi un tratto cosparso di grossi massi, quindi svolta a destra (levante) e s'inerpica con numerosi tornantini, tra pietrame, erba e radi larici, sulla destra orografica del vallone. L'ampio sentiero guadagna ripidamente quota e si avvicina all'evidente cono di deiezione del canalone Sud del colletto della Madre di Dio dove, tra grandi pietroni, si nota la sede di un antico gias (c. 2340 m). Ora il sentiero flette verso sudest e con un lungo traverso ascendente verso destra ritorna nella parte centrale del vallone. Attraversata in lenta salita la parte superiore dell'avvallamento che scende sulla destra orografica della cascata, il sentiero s'inoltra nel valloncello pietroso (residuo nevoso fino a stagione inoltrata) alla base dello sperone roccioso sul quale sorge il Rifugio F. Remondino, raggiungibile verso destra dopo un breve tratto su pietrame (c. 2465 m, ore 1,45).
La seconda parte dell'itinerario inizia dal rifugio lungo la traccia (segnalata) che s'inoltra verso sinistra (NE) nell'esteso avvallamento di massi (a sinistra it. 2.14 per la Cima De Cessole e 2.13 per la Madre di Dio, in 90 normali nelle Alpi Marittime vol. II), nel quale ben presto si perde. Si seguono allora alcuni segni rossi su grandi massi, poi, verso sinistra, delle tracce su una cordonata morenica che portano nel grande circo cosparso di pietrame brunastro. Si attraversa al meglio il caotico anfiteatro seguendo una fila di piccoli ometti di pietre in direzione dell'evidente Canalone dei Detriti. Oltrepassato il Torrione Querzola, che incombe sulla destra, si entra nella conca terminale, dove convergono i canaloni di Nasta e dei Detriti. Nella parte centrale della conca lentamente riappare la traccia che via via si fa più marcata. In corrispondenza del pietroso canalone di Nasta (c. 2650 m), dopo avere lasciato a destra l'it. 3.26 per la Cima Paganini, il sentiero prende quota serpeggiando sul cono di deiezione sottostante il Canalone dei Detriti, poi sale ripidamente sul fondo del franoso canalone cosparso di detriti polverosi (il cui percorso, se innevato, richiede la dovuta cautela) passando sulla sinistra del grande masso di roccia rossastra che spicca nel primo terzo del canalone. Lungo il ripido tratto superiore il sentiero si sviluppa leggermente sulla sinistra (destra orografica), fino a sbucare sul roccioso spartiacque Gesso della Valletta-Rovina dove questo, quasi pianeggiante, sovrasta di c. 50 m sulla sinistra il punto meno elevato del crinale; qui si trova il Passo dei Detriti (3122 m, ore 2).
Da questo elevato passo (dal quale la vista già spazia fin sul golfo nizzardo e la Corsica!), si segue a sinistra la traccia segnalata che, con breve saliscendi di pochi metri sul versante rivolto all'Altipiano del Bàus (a destra indicazione per il Bivacco del Bàus, v. anche l'it. 2.8 in 90 normali nelle Alpi Marittime vol. II), oltrepassa lo speroncino che scende verso settentrione dallo spartiacque a rinserrare il bacino nevoso detto la Balconera, per poi ritornare su un'incisione del crinale principale (c. 3130 m, ometti di pietre) dove appare in tutta la sua bellezza la parete Sudest della Cima Sud dell'Argentera, segnata dalla cengia.
A questo punto, per raggiungere la cengia, si prospettano due possibilità. La prima consiste nell'attraversare direttamente verso destra (c. 10 m, II) sotto il filo di cresta (segni rossi) un tratto di parete rocciosa; la seconda, più bella e divertente, segue direttamente il filo di cresta fino alla forcellina alla base del salto della cresta Sudest di Cima Genova (c. 3145 m). Qui ha origine la cengia, la cui ampiezza varia dai trenta centimetri al metro e il cui percorso, a parte la costante esposizione, è evidente e non difficile, fatta eccezione per alcuni punti in cui la parete superiore è leggermente aggettante. Dapprima la cengia scende leggermente; a circa un terzo della sua lunghezza, presenta un saltino di circa 3 m da superare in discesa e un passo aggettante (F+, protezione con cavo d'acciaio). Si continua facilmente lungo la cengia che ora prende a salire in direzione della vetta poi, dopo un passo leggermente più esposto, si arriva alla base della biforcazione a V formata da due evidenti canali rocciosi. Con divertente e facile arrampicata (non esposta) si scala tra massi incastrati il ramo destro (F, protezioni con cavi d'acciaio), fino a sbucare su una spalla in vista della croce metallica di vetta, che si raggiunge dopo breve tratto verso sinistra (3297 m, F, 45 minuti).
Si compie ripercorrendo in senso inverso l'itinerario di salita.